Osteopatia e Psicoterapia: un approccio integrato nel trattamento del dolore cronico

Introduzione
Negli ultimi anni, il crescente interesse della psicoterapia verso il corpo e il suo benessere ha portato a sottolineare l’importanza di un approccio integrato e multidisciplinare nel trattamento del dolore cronico somatico. Il corpo, infatti, non è soltanto il luogo fisico dove si manifestano i sintomi, ma anche il contenitore delle memorie traumatiche non elaborate. Spesso, un dolore localizzato in un muscolo specifico può essere il segnale di un disagio psichico, rivelando un’energia bloccata legata a un evento traumatico non solo fisico ma anche emotivo. Il dolore diventa così la rappresentazione scenica di un nodo irrisolto, che richiama quella mancanza di reazione utile in una situazione di pericolo vissuta nel passato. Ciò che non si è potuto fare allora si manifesta oggi come dolore persistente, spesso identificato dalla scienza come trigger point o nodo muscolare, la cui funzione è quella di risuonare con quel “grido mancato” e trovare nel corpo la sua espressione.

Presentazione del caso clinico
Partendo da queste premesse, in collaborazione con l’osteopatia, è stato affrontato il caso di un giovane uomo impegnato in un’attività lavorativa fisicamente impegnativa, che presentava un dolore resistente ai tradizionali trattamenti osteopatici. L’intervento, quindi, ha previsto l’avvio di colloqui clinici a orientamento sistemico-relazionale, mirati a comprendere il funzionamento personale e a indagare se il dolore potesse rappresentare una richiesta di aiuto per bisogni emotivi inespressi.

Analisi psicologica e integrazione corpo-mente
Dall’approfondimento clinico è emersa una tipica condizione di alessitimia somatica: una difficoltà a identificare le emozioni percepite nel corpo e a tradurle in simboli mentali, collegando così le sensazioni interne ai pensieri e alle emozioni. Le neuroscienze applicate spiegano che questa difficoltà deriva da una mancata integrazione tra la parte esecutiva del cervello, che regola l’azione, la programmazione e la pianificazione, e la parte più interna e sensoriale, deputata a collegare il mondo esterno con quello interno e a condurre l’individuo verso uno stato di rilassamento corporeo. Quando tale meccanismo risulta alterato e la narrazione di sé appare inefficace, per esplorare la memoria profonda del corpo si ricorre alle tecniche integrate della Psicoterapia Sensomotoria, che fanno leva sulle risorse corporee.

Il percorso terapeutico: corpo come veicolo di espressione
Il corpo, a differenza della mente, non mente mai: lasciandoci guidare da esso, possiamo superare i limiti del controllo razionale e accedere a contenuti emotivi profondi. Nel caso presentato, sono state introdotte tecniche di rilassamento mirate alle aree coinvolte, in particolare agli arti superiori, alternando fasi di contrazione e rilascio muscolare. Successivamente, attraverso visualizzazioni e meditazioni guidate, è stato possibile stabilizzare le sensazioni di piacere nelle zone precedentemente contratte. In questo modo, la risorsa sensoriale attivata nel corpo ha favorito il recupero di insight sulle memorie emotive, che hanno così potuto riaffiorare in superficie e venire affidate nuovamente alla relazione terapeutica di fiducia.

Rielaborazione del trauma e risoluzione del nodo doloroso
Il momento centrale del percorso terapeutico è stato il riaffiorare di un vissuto traumatico infantile: il ricordo di essere stato chiuso in una stanza buia a scuola, senza possibilità di uscita. La memoria emotiva di quell’esperienza si concentrava nel braccio destro, che cercava invano di aprire la porta, e si fissava in una contrazione muscolare a livello dello splenio tra nuca e collo. È stato necessario, allora, procedere a una rielaborazione narrativa, consentendo al paziente, dopo una fase di stabilizzazione, di rivivere simbolicamente la scena ma questa volta con l’opportunità di aprire la porta e uscire dal nodo traumatico. Al primo tentativo, pur riuscendo ad aprire la porta, il paziente esitava a uscire, evidenziando la persistenza della memoria emotiva di chiusura. Solo al secondo tentativo, con il supporto terapeutico, il bambino interiore è riuscito a uscire, sperimentando un senso di liberazione dall’angoscia e una nuova possibilità di calma e rilassamento.

 

Dott. Ssa Massone Paola, Psicoterapeuta

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